Il "teatro" dell’Inquisizione

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Il "teatro" dell’Inquisizione
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Festa grande a Palermo il 5 aprile 1724, quando fu allestito un "teatro" nel piano della Cattedrale: era alto "sette palmi (…) lungo canne 21,4 e largo canne 14" e composto da circa dieci palchi. Alla destra stavano i "Qualificatori", i "Consultori" e i rappresentanti della Corte Pretoriana; alla sinistra i "Secretari", gli "Uffiziali" ed i rappresentanti del Senato; al centro veniva allestito il palco dei condannati, coperto di "panni neri". Il "teatro" veniva corredato di altri tre palchi ubicati ai lati "dell’altare": uno era destinato alle dame che assistevano bramose di emozioni al lugubre spettacolo, un altro era occupato dai "musici" e l’ultimo veniva assegnato ai confratelli della Compagnia dell’Assunta. Questi palchi erano "guardati per ogni parte da cancelli di legno"; sotto al palco si apriva una "secreta scala" che conduceva a "certe piccole basse camerette" dove i "fratelli" dell’Assunta, a turno, andavano a riposarsi.Anche i confratelli della Compagnia dei Bianchi (fondata nel 1541 dal viceré di Sicilia conte di S. Stefano), tre giorni prima dell’esecuzione capitale, assistevano insieme al sacerdote i condannati, li facevano confessare e li accompagnavano al patibolo.

I rei stavano sopra alcuni gradini di legno; i meno colpevoli vestiti di sacco nero, quelli imputati di gravi reati vestiti del sacco nero e giallo, dipinto con repellenti figure. I condannati si facevano entrare nello steccato, al centro dei palchi stracolmi di spettatori di tutti i ceti, dove in mezzo erano posti due alti pali di ferro, ai cui piedi s’accumulavano le cataste della legna. Ai rei, in piedi sulla carretta, veniva letta la sentenza del S. Uffizio e quella della corte Capitanale, e la condanna capitale ad essere strozzati e poi bruciati, o direttamente arsi vivi. Le vittime, in coppia, tolte dal carro, venivano poste sulle cataste, e ciascuna incatenata al proprio palo. Il boia passava un nodo scorsoio intorno al collo di colui che avrebbe "beneficiato" della minor sofferenza con la concessione dello "strangolamento" al palo, e poi bruciato, appiccando il fuoco alle pire. Le fiamme avevano immediata presa sul sacco, unto di pece, lo avviluppavano e gli ardevano i capelli e la barba, sollevando una grande nube di fumo, mentre quei poveri disgraziati lanciavano delle grida disumane. Sulla pira le carni crepitavano, soffriggevano, spandevano intorno un odore nauseabondo… Le fiamme duravano più ore, fino all’alba; e di quei corpi non rimanevano che poche ossa nere, carbonizzate.

Secondo quanto riferisce Giuseppe Pitrè, il popolo aveva adottato una terribile frase, per preannunciare una grave minaccia, perché riportava subito alla mente le atrocità del passato, per il chiaro riferimento che si faceva, nel giorno delle esecuzioni, della fastosa e numerosa cavalcata di magnati, patrizi e nobili dei più alti ordini della città e di tutti gli officiali con essi della corte del Tribunale, oltre a tanti preti e monaci, essendo consultori e qualificatori del S. Uffizio, adorni della croce in petto e di un’altra a ricamo grande nelle cappe, donde si diceva: "Ti fazzu vidiri lu Sant’Uffiziu a cavaddu".


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