Giovedì, Maggio 17, 2012
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Il trionfo della Fede nella Palermo del S. Uffizio

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Il trionfo della Fede nella Palermo del S. Uffizio
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L’Inquisizione, questo tremendo istituto, costituito per il perseguimento della haeretica pravitas, fu in realtà, attraverso la feroce repressione delle eresie vere o presunte (e l’incameramento dei beni dei condannati), strumento dell’assolutismo regio, tant’è che gli inquisitori poterono sempre, nei confronti del sovrano, rivendicare il merito di "tener saldo il regno", e insomma di garantire alla monarchia di Spagna l’ordine statale e sociale in una regione "piena di infedeli": giudei, maomettani, luterani e in genere seguaci di correnti religiose eterodosse. I pericoli, in verità, erano assai minori di quelli prospettati, né è da credersi a una Sicilia infestata da fermenti ereticali, come l’abbondanza dei giudizi e il gran numero di roghi accesi a consumare atrocemente i destini delle infelici vittime vorrebbero farci credere; valga al riguardo la testimonianza del letterato Argisto Giuffredi, che, scrivendo verso il 1585 gli "Avvenimenti cristiani" ai suoi figli, osservava che "bastava poco per essere accusati di eresia". Bastava poco per l’accusa e poco passava fra l’accusa e la condanna, ché, nel fanatico zelo dei giudici, nella sommarietà e nella violenza delle procedure, esperite senza rispetto dei diritti della difesa e al di fuori da ogni garanzia canonica, al disgraziato non era dato scampo una volta finito nel torchio del S. Uffizio: perciò ripetutamente il Parlamento ebbe a reclamare presso il sovrano contro gli abusi dell’Inquisizione, e sempre da Madrid le richieste vennero eluse e anzi i privilegi del tribunale accresciuti; non riuscirono nemmeno i viceré, del resto, a contrastare le esorbitanze degli inquisitori, coi quali più volte vennero a contese di giurisdizione e persino alle mani, ché in fondo quell’Inquisizione ben pasciuta, colma di "familiari laici", consultori e delatori, ben faceva il giuoco della Corona, alla quale assicurava il controllo politico del viceré e della burocrazia. Questo istituto era divenuto nel tempo fonte di prestigio e di notevoli vantaggi. Chiunque infatti avesse il diritto di portare il distintivo con la croce e i gigli dell’inquisizione era esente da tasse, non poteva essere giudicato dai tribunali ordinari ed era autorizzato a portare con sé armi. Inoltre, poiché i beni degli inquisiti venivano confiscati (e un decimo del loro valore diventava proprietà del delatore), il miraggio di facili guadagni induceva a ingiuste accuse. Certamente le torture e i roghi a S. Erasmo non sempre erano giustificati dalla difesa della religione, e il cerimoniale che li accompagnava rimane una vergognosa pagina di inciviltà nella storia. E viene spontanea la domanda: quante persone, dal 1487 al 1782, si trovarono, in Sicilia, ad avere dolorosamente a che fare con l’Inquisizione? Sappiamo per certo che almeno duecentotrentaquattro furono i rilasciati al braccio secolare per la suprema pena del rogo. Ma quanti sono stati gli inquisiti, i condannati a pene minori? E quanti tra loro i poeti, i filosofi, gli artisti?


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