Inquisizione in Sicilia (2)
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L’INQUISIZIONE fu introdotta nell’Isola prima del 1224 dall’imperatore Federico II, il quale, con la costituzione "Inconsutilem tunicam" emanata a Palermo, ordinò che tutti gli eretici e gli Ebrei dovessero pagare una tassa a suffragio degli inquisitori di fede preposti al loro controllo. L’istituzione ufficiale del Tribunale dell’Inquisizione in Sicilia fu deliberata nel 1487 con Ferdinando II il Cattolico, il quale originariamente delegò a giudici i Padri Domenicani. Il 20 gennaio 1513 il compito fu affidato ai religiosi Regolari, che si insediarono nella nuova e definitiva sede del famoso palazzo dello Steri, noto pure con l’appellativo di "regium hospicium", che fu la dimora privata di Manfredi Chiaramonte.
L’Inquisizione, "invadendo progressivamente l’intero organismo costituzionale dello Stato, si mostrò arma utilissima dell’assolutismo spagnolo".
Con decreto regio del 6 marzo 1782 il sovrano Ferdinando III di Sicilia, "seguendo i saggi consigli e forse anche per le incessanti sollecitazioni del viceré, marchese Domenico Caracciolo, avverso ad ogni privilegio ed abuso ecclesiastico, e per il conforme parere espresso dal siciliano, primo suo ministro di Stato, marchese della Sambuca", ordinava l’abolizione dell’Inquisizione nell’Isola.
Torture, supplizi e feroci esecuzioni con scempio dei cadaveri, per secoli sono i normali mezzi con cui la giustizia, dovunque nel mondo, persegue non soltanto la punizione dei delitti, ma l’obiettivo di incutere terrore a chi al delitto si accinge, con la esemplarità delle esecuzioni. Esemplarità che a Palermo si credeva di conseguire col barbaro uso di appendere le membra squarciate dei condannati a degli uncini di ferro di una forca, eretti nella località dello Sperone (da cui ne prende il nome), nel quartiere Settecannoli, posta oltre la borgata di Romagnolo, all’ingresso della città, lato mare. Nel 1650, vi vengono esposti i quarti del procuratore Lorenzo Potamia, coinvolto in una congiura capeggiata dal conte di Mazzarino. Tale barbaro spettacolo fu abolito dal viceré d’Aquino, principe di Caramanico, nel 1783 e la forca fu distrutta. Ma la fantasia dei giudici non ha limiti: la pubblicità dell’esecuzione può essere assicurata anche da altri procedimenti, come, ad esempio, staccando dal tronco la testa del condannato e piantandola "ad un chiodo su d’una trave nella piazza Vigliena", come accade a Giuseppe Pesce, giureconsulto, "famoso per eloquenza", coinvolto nella stessa trama del Potamia, o portandola in giro per la città infissa ad una picca (lunga asta di legno munita di una punta di ferro).La Sicilia, rispetto alle altre parti del mondo, non fa eccezione; ha soltanto una varietà infinita di autorità che hanno il potere di infliggere incondizionatamente pene: la giustizia vicereale, quella dei tanti fori privilegiati tra i quali spicca per ferocia quello dell’Inquisizione, nonché le corti di giustizia feudali dei baroni. Persino i governatori del Monte di Pietà di Palermo sono autorizzati a punire i reati contro il Monte "con pubbliche et esemplare pene, o privatione, tratti di corda o frusta et alli nobili pene pecuniarie ad essi governatori benviste".





