Giovedì, Maggio 17, 2012
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Il tesoro di Monte Naone

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Il tesoro di Monte Naone
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C’era una volta nel centro della Sicilia il regno felice di Monte Naone. Il suo re si chiamava Jovàno e la regina Sara. Il castello sulla cima del monte dominava le vallate d’intorno e le pianure. Al servizio del re vi era pure un sapiente di nome Turoldo che alcuni indicavano come mago e altri come santo, tanto era votato al bene. Passava la gran parte del suo tempo in una torre del castello dove conduceva studi ed esperimenti. In quel regno viveva nascosta una strega molto malvagia di nome Brigida e una volta riuscì a prendere così bene l’aspetto della regina Sara che neppure il Re riuscì ad accorgersi della sostituzione e, quando la Regina stava per partorire, fece il suo sortilegio. Nacque Rubelia per la gioia del Re e dei suoi sudditi, ma l’evento fu funestato dalla morte della Regina stessa a causa del parto. La piccola principessa cresceva così leggiadra che ogni cosa spiacevole si annullava di fronte alla sua grazia. La sua bellezza eguagliava quella di un giorno di maggio: l'azzurro dell’alba era nei suoi occhi, la luce del sole mattutino usciva dall'oro dei suoi riccioli, la carnagione era trasparente come l'acqua dei ruscelli, le sue gote avevano la delicata tinta dei fiori di pesco. Il Re sapeva quanto fosse importante Rubelia per la conservazione del regno di Monte Naone ora che la sua adorata regina era morta, ma, col passare degli anni, il Re si intristiva sempre più pensando alla figlia già adolescente e al regno senza discendenza. Fino ad allora la vita di corte era stata piacevole: i cavalieri al servizio provvedevano a esaltare il senso dell'onore e del sentimento raccontando dei viaggi e delle gesta; i musici, i cantori e i poeti deliziavano d’amor cortese; spesso giungevano al borgo fortificato giocolieri e saltimbanchi e sempre venivano invitati al castello per far divertire la giovine principessa. Un giorno il sovrano decise di invitare tutti i giovani principi del regno affinché potesse offrire in isposa la figlia a colui che avesse portato in dote la maggiore ricchezza. Dopo otto settimane cominciarono a giungere al castello notizie della partecipazione alla festa di sette principi regnanti che, avendo saputo della eccezionale bellezza di Rubelia, esprimevano il desiderio di averla in isposa promettendo tutte le ricchezze in loro possesso.

I prìncipi cominciarono ad arrivare ad uno ad uno accompagnati da uno stuolo di servitori e di cavalcature cariche di doni. Ma il Re, appena lo seppe, si rifugiò nella più riposta sala del castello e concepì una malsana idea. “Organizzando un agguato lungo le strade d'accesso al regno, - disse tra sé - potrò impadronirmi del tesoro di ogni principe e darne la colpa ai molti briganti che infestano le contrade di ogni dove! Nessuno potrà muovermi accuse se tutto sarà fatto in segretezza”. Così pensò e così fece. Dunque Jovàno, aiutato da Brigida, s’impadronì dei tesori e, ogni giorno scendeva nei sotterranei del castello dove, in una apposita sala, aveva nascosto e accumulato tutto. Vi erano sette forzieri di legno e cuoio rinforzato con borchie e maniglie il cui contenuto destava grande meraviglia: monete d’oro e d’argento, collane di perle e preziosi monili con gemme incastonate di rara bellezza. Pure emergevano dai forzieri fiori e frutti d'oro sfolgoranti e pregiato vasellame. Un giorno, il sovrano, maneggiando il prezioso tesoro, preso da un raptus di follia, si mise a spargerlo d'intorno e rideva come un invasato e urlava fragorosamente facendo tremare le mura del castello. Perfino Brigida cercava di calmarlo, ma le sue grida inumane giunsero dappertutto e presto accorse gente. Era un frastuono indescrivibile di servitù e soldati che scendevano le scale verso i sotterranei. Improvvisamente si udì un boato come di tuono e un fruscio impetuoso come di vortice di vento. La scena che si presentò agli occhi degli accorsi fu allucinante: il corpo esanime del Re era disteso con gli arti divaricati e gli occhi aperti e fissi di terrore. Accanto a lui si era aperta una voragine da cui usciva un fumo verdastro e lievemente odoroso di zolfo. Non vi era traccia del tesoro che era sprofondato nel sottosuolo. Il corpo del Re fu ricomposto e fu allora chiamata Rubelia il cui dolore inconsolabile e il suo pianto durarono molte lune.



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